Modi di dire
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PAGA CA SI' D'AGNONE

A differenza di quasi tutti i modi di dire, che derivano o dall'osservazione di tutto ciò che ci circonda o sono frutto di storielle di pura fantasia, anche se arguti e saggi, mi piace mettere in risalto questo perchè autoctono e storico.
Dobbiamo riconoscere che Agnone, finchè non sono arrivati Castel di Sangro prima e successivamente  Isernia a contendergli l'egemonia sia nel commercio che in altri settori , è sempre stato il principale centro dell’alto Molise dove ci si recava per ogni necessità. Era così anche verso la fine del 1500, ma per tutta la popolazione ad ovest di Agnone, specialmente in inverno era difficile raggiungere la cittadina e la principale difficoltà era rappresentata dall’attraversamento del fiume Verrino. Per questo motivo, le popolazioni ad ovest di Agnone, verso la fine del XVI secolo pensarono di consorziarsi e costruire un ponte sul Verrino e, con saggezza e coerenza, chiesero anche agli abitanti di Agnone di partecipare alle spese. Ma la risposta degli Angnonesi, non solo fu negativa, ma anche provocatoria, infatti, con fare derisorio risposero che loro erano già in Agnone e quindi non avevano bisogno del ponte. Una volta  costruito il ponte fu organizzata la sorveglianza e fu stabilito per l'attraversamento il pagamento di un pedaggio per tutti i cittadini che non  provenivano dai paesi che avevano aderito alle spese per la costruzione. Un giorno capitò un signore di Agnone che dovendo attraversare il ponte, per sottrarsi al pagamento, cercò di camuffare non solo il suo dialetto ma anche la sua provenienza, a questo punto, il sorvegliane, di Vastogirardi, riconobbe il furbastro Agnonese e lo apostrofò : “ Paga ca sì d’Agnone”.
Da allora abbiamo incominciato ad adoperare questo detto nei confronti di persone che con furbizia cercano di sottrarsi ad un obbligo o pagamento.

PAvvisoer una facile pronuncia le parole bisogna leggerle così come scritte. Importante è il suono della “e”.
Quando è priva di accento è muta, quando è accentata rispettare il valore dell’accento, ovvero il suono stretto con l’accento acuto ; un suono aperto e largo con l’accento grave.
A cura di Amicone Claudio con la collaborazione di tanti, ma soprattutto di Marracino Benedetto.
1)  Tira anniend ca vièng apprièss. Tira avanti che vengo dietro: Tipica espressione di rassegnazione.
2)  Mazza e panèlla fann r' figli belli Botte e pane fanno crescere bene i figli. Severità e cura contribuiscono ad una sana crescita dei figli.
3)  And dritt moglie sctorta Andatura dritta nel tagliare il grano moglie imprecisa e pasticciona.
4)  Chi mprèscta pèrd amic(i) suold e tèsta Chi presta perde amici soldi e testa
5)  Crisct a mèt(e) e la Madonna arraccogl(ie) Cristo miete e la Madonna raccoglie. Dicesi di persona che ha goduto o gode di facile e straordinaria fortuna
6)  Cuorp d buontiemp Corpo de buontempone. Per intendere chi se la gode senza preoccuparsi più di tanto
7)  Festa e maltiemp Riferimento ad una persona che non ha voglia di lavorare e cerca solo: Festa e cattivo tempo.
8)  R' guii d' la tina r' sa r' manier(e). I guai della tina li conosce il mestolo. I problemi di famiglia o di altro gruppo di persone li conoscono solo i componenti stessi.
9)  R' lup(o) de la defenza chel che fa penza. Il lupo della difenza (contrada del paese)quello che fa pensa. Chi è in mala fede lo resta comunque in ogni circostanza.
10)  I m'arresparmie la moglie a r'liett e chi me vo fott(e) arrét(e) alla fratta Io mi do da fare a risparmiare e c'è qualcuno che spende e spande a mie spese.
11)  Innar(e) sicch massar(e) ricch. Gennaio secco, asciutto, massaro ricco. Inteso che il gennaio poco nevoso o piovoso fa risparmiare il fieno per pecore e mucche nella stalla riducendo così le spese dell'azienda.
12)  La pecra che vrama perd r' vuccon La pecora che bela perde il boccone. Significa che chi chiacchiera perde tempo.
13)  La risa de r' venerdì n'arriva alla domenca. Le risate del venerdì non arrivano alla domenica. Perchè il venerdì è giorno di penitenza ed il ridere non porta bene.
14)  La chiecchiara è art leggera. Le chiacchiere sono arte leggera.
15)  Leva l ponia da mien a Crisct. Leva i pugni dalle mani di Cristo. Dicesi di persona che con il suo atteggiamento (comportamento, modi di dire ecc...) provoca reazione adirata, talvolta violenta, anche nelle persone pacifiche e tranquille.
16)  M z' arrvotan l'udella Mi si rivoltano le budella. Dicesi di persona che prova sentimenti di ira, di rabbia, di sdegno, per un torto morale o materiale subito.
17)  Magnapan a trademiend Mangia pane a tradimento.Chi non lavora per quello che consuma.
18)  Maie maiesa. Maggio maggese, per indicare i periodi per fare le cose.
19)  Merita d'ess mbcchiet. Merita di essere impiccato. Dicesi di persona che per il suo cattivo comportamento, merita di essere punito severamente.
20)  Munn è sctat e munn è. Mondo è stato e mondo è. Espressione di delusione. La realtà non cambia: le cose vanno sempre allo stesso modo.
21)  Muort accis. Morto ammazzato. Per indicare un poco di buono che farà 8sotto forma di auspicio) una brutta fine.
22)  N' cimndà r' cuon ch dorm. Non molestare il cane che dorme. Non è prudente provocare una persona potenzialmente aggressiva, ma che al momento è tranquilla e non dà fastidio.
23)  Ngoppa all latte ne ge cacan mosche. Tenere ben celate le cose che interessano lo stretto abito della famiglia e non farle sapere in giro.
24)  O tresca o spiccia l'ara. trebbia o libera l'aia. Fai quello che devi fare o togliti di mezzo (sgombra il campo).
25)  Ogne lena te r' fum sia. Ogni legna ha il suo fumo. Ognuno manifesta la propia indole attraverso il suo modo di agire o di pensare.
26)  Ogne munn è paes. Ogni mondo è paese. Spesso accadono le stesse cose in paesi diversi e lontani.
27)  R' figl d' la gallina ghienga. Il figlio della gallina bianca. Dicesi di persona che ritiene o crede di essere speciale o privileggiato rispetto ad altri.
28)  All squagliè de la nev arriescien r' strunz Allo sciogliersi della neve vengono fuori gli stronzi
29)  R' patreern da l' pan a chi non ha denti. Il patreerno da buoni raccolti di grano a chi non sa dove metterlo, si usa anche dire che da il pane a chi non ha denti.
30)  R' prim sulcr n'è maiesa. Il primo solco non è maggese. Invito alla prudenza: una buona partenza non significa che tutto vada bene.
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31)  Recotta de crapa, casce de pècra e scamorza de vacca. Per indicare il giusto metro delle cose buone.
32)  Riunion d' vulp struizion d'gallin. Riunioni di volpi distruzione di galline. Per definire gruppi di persone che complottano.
33)  Si truvat crisct a mèt e la madonna a raccoglie. Hai trovato cristo a mietere e la madonna a raccogliere. Dicesi di persona particolarmente fortunata alle quali va tutto bene.
34)  Storta va e dritta vènga Anche se non fila tutto liscio ma alla fine il risultato che sia buono.
35)  T dièng na concia. Ti do un sacco di botte.
36)  Taglia soccia. Taglia con precisione, al limite, senza sprechi, fare parti uguali nel dividere o distribuire qualcosa.
37)  Tanta vot va r' vucal alla fonte fin a quond se rompe la front. Tante volte va il boccale alla fonte fin quando si rompe la fronte. Attenzione la rudenza non è mai troppa.
38)  Via d'chien e pan ammull. Strada dritta e pane morbido. Dicesi di persone che hanno avuto o pensano di avere le cose senza nessun sacrificio o sforzo.
39)  Alla casa de r’ pezziénde ne mancan stozzera. Alla casa di pezzenti non mancano pezzi di pane. Come segno di ospitalità e buona disponibilità per chi ti viene a trovare.
40)  Quond la fémna ne po’ pescié curre sindaca a fa cavute. Quando la femmina non può orinare corri sindaco a fare il buco. Il sindaco si deve occupare di tutto, piacevoli e non piacevoli, essere sempre a disposizione della cittadinanza.
41)  Le cose de notte r’journ cumpiérne. Le cose di notte di giorno compaiono. Sta per le cose fatte in fretta o in precarie condizioni di ambiente e di attrezzature trovano il tempo che trovano.
42)  Vuò pegliè r’pésce pe le miéne dell’iétre. Vuoi prendere il pesce per le mani degli altri.
43)  Esst liss Come voleva dimostrarsi, riferito ad una previsione negativa ma quasi scontata.
44)  Chi r’pésce vò peglie’ la coda zada mbonne. Chi il pesce vuol prendere la coda deve bagnarsi.
45)  Esce r’ lup da r’ vosche pe caccià r’ quavaglie da r’ pruot. Esce il lupo dal bosco per cacciare il cavallo dal prato. Per indicare un atteggiamento di prepotenze e sopraffazione.
46)  Serine de vièrne e cur pulite de criatura poche dura. Il sereno d’inverno e culo pulito di creatura (neonato) poco dura. Le bizzarie del tempo invernale portano sempre all’incertezza e instabilità.
47)  E’ scur a terra de lavoro. Cala r’sole déntr a r’ suocche. Ha chius a r’ spedalittte. Le neiiarèlle alla sélva. L’acquora assié la matina. La néve tonna ciarseconna. Natale che r’ sole Pasqua che r’ tezzon. Quond tona chiove, quond lampa scampa é quond luce adduce. Nuvole a toppa de lana, se ne chiove uoie chiove addumane. Nèia de vasse bèlle tiémpe ce lasse. Tutte espressioni riferite alle condizioni meteo. E’ scuro verso terra di lavoro significava verso Caserta, overo verso la valle Ruberta, quindi minacciava di piovere. Il sole al sacco sta per le nuvole verso il tramonto che schermavano il sole, per cui massimo 48 ore il tempo da bello poteva portare i cambiamenti e la pioggia. Quando le nuvole erano compatte e nere da fare scuro su monte Ca- praro la pioggia era sicura. Le nebbie alla selva erano foriere di pioggia, come l’abbondante rugiada per la campagna al mattino. La neve tonda stava a significare che avrebbe fatta l’altra. Ntale con il sole Pasqua con il tizzone ardente, con il fuoco. Quando tuona piove, quando ci sono solo lampi, scampa di piovere; quando il sole è più chiaro del solito arriva la pioggia o la neve. Nuvole a toppe di lana o piove oggi o piove domani. Le nebbie alle vallate portano il bel tempo, in quanto sinonimo di alta pressione.
48)  N’de sié tené tré cice ‘n cuorp. Non sai tenerti tre ceci in corpo. Non sai tenere un segreto, una cosa riservata.
49)  Si méssa la fraula mbocca a r’lup. Hai messo la fragola in bocca al lupo. Sta per: hai dato solo un contentino, ma che devi dare molto di più.
50)  R’ liétte come te r’fié accuscì st’adduorme. Il letto come te lo prepari così ci dormi. Sta per: le cose che devi fare precise e puntuali altrimenti fruttano per quel che sono.
51)  Ne ge ne stà, ne ge ne mette ca ne ge ne va. Non ce n’è, non ce ne mettere che non ce ne va. Vuol dire che chi non ha cervello, intuito, intelligenza o tutte le cose migliori di questo mondo, non puoi pretendere di attribuirgliele a tutti i costi; sarebbe inutile, fatica sprecata. Se è dotato è bene, altrimenti rimarrà così.
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52)  Quond ne putéme fa orèmus facéme aramus. Quando non possiamo pregare, ariamo. Quando non si può fare una cosa facciamone un’altra, bisogna fare sempre qualcosa, essere sempre impegnati.
53)  Quond ne putéme vatt saccra vattéme sacchétte: quando non possiamo battere sacchi, battiamo sacchette. E’ necessario essere sempre attivi mai in ozio.
54)  Triste è la pècra che ne tè la lana séia. Triste è per la pecora che non ha la sua lana. E’ brutto per chiunque restare soli e senza l’aiuto dei suoi cari.
55)  Scapla r’ vuove é prèsta r’arate. Libera i tuoi buoi e presta il tuo aratro. Vuol dire che non bi- sogna essere pretenziosi ed ottenere ad ogni costo dal tuo prossimo ciò che chiedi.
56)  Eh, mò si iute pe sale n’ prièst. Mò sei andato per sale in prestito. Per dire che hai dovuto fare la faccia del bisognoso.
57)  Quir core che ne me ne tè, malditt chi me le fa fa’. Quel cuore che non me ne tiene, maledetto chi me lo fa fare. Per indicare chi fa le cose di malavoglia.
58)  Quond la prima néve arriva a r’ cappucce, vinnete le crape é accattate r’ ciucce. Quond la prima néve t’arriva all brache vinnete r’ciucce é accattate le crape. Quando la prima neve arriva al cappuccio (alle vette dei monti) venditi le capre e comprati il ciuccio. Quando la prima neve ti arriva alle braghe, sopra le scarpe, venditi il ciuccio e comprati le capre. Come una previsione meteorologica: Se la prima neve è ai monti, sarà un duro inverno, quindi il solo ciuccio non sarà oneroso dargli da mangiare. Mentre se la neve ti arriva alla caviglia la vernata z’è fraieta (ha abortito) e quindi sarà dolce e si potranno sfamare più animali.
59)  Mittete che chi è mèglie di té é farre le spése. Mettiti con chi è meglio te e fagli le spese. Vuol dire che meglio avere rapporti con le persone di valore che non le mezze cartucce, anche se ti dovesse costare.
60)  La fama caccia r’ lup da r’vosche. La fame caccia il lupo dal bosco. La necessità ti costringe a cose incredibili.
61)  Acchiétte a culm é vinne a rase. Compri a colmo e vendi a raso. Per indicare chi, in modo fin troppo attento fa il proprio ed esclusivo interesse.
62)  R’ vruocl è figlie alla foglia. Il broccolo è figlio alla verza. Ovvero tale padre, tale figlio.
63)  Ne da rètta a suonn. Non dare retta al sonno ed ai sogni. Resta sveglio e presta attenzione alla realtà.
64)  Mine la préta é annascunne la miéne. Meni il colpo e nascondi la mano. La butti là quasi per caso facendo finta di niente e vedere disinteressato la reazione.
65)  Mine sètte pe coglie ott. Meni sette per cogliere otto. Far finta di essere contento, ma ne vuoi tutti i vantaggi.
66)  Cola cummanna Cicce é Cicce cummanna Cola, Cola (Nicola) comanda a Ciccio ( Francesco) Ciccio comanda a Cola. Significa che ci si rimbalza i comandi e gli ordini senza che nessuno li esegue.
67)  Tertic é tertac, sèmpre r’ chiù ceninne va pe d’acqua. Tertic e tertac, sempre il più piccolo va per acqua. Sta a significare che le cose più rognose devono farle le persone che meno contano nella scala sociale o di famiglia.
68)  R’ vov dice curnute all’uosene. Il bue dice cornuto all’asino. E’ notorio il significato.
69)  R’ pezzènte che va pe l’almosena: addummanna- “ tié grane da vénne?”. Il pezzente che va per elemosina di colpo chiede: “hai grano da vendere”. La falsità dei comportamenti che mutano secondo la convenienza.
70)  N’accucchie du sold pe fa na lira. Ti mancano due soldi (centesimi) per fare una lira. La lira era costituita da venti soldi. Significa che non sei capace di raggiungere l’obiettivo e ti manca sempre qualcosa.
71)  Cricche Crocche é miéneca de ngin. Cricco Crocco e manico di bastone, un trio per non combinare nulla.
72)  Schiérte frusce é piglie preméra. Scarti fruscio e pigli primiera. Scarti la cosa buona per quella meno buona.
73)  La tupanara féce a cagne l’uocchie pe la coda. La talpa cambiò gli occhi per la coda. Scambiare la cosa buona per la peggiore.
74)  A r’ quavaglie malditte r’ luce r’ péle. Al cavallo maledetto gli luce il pelo. Augurare le disgrazie ad altri non sta bene, soprattutto perché non sortiscono effetto, anzi.
75)  Péle rusce é quavaglie stellate azzoppare appéna nate. Il rosso di pelo ed il cavallo stellato sbattigli la testa appena sono nati. Un modo di dire che chi è rosso di pelo va eliminato da subito come un cavallo con la stella, perché entrambi pazzoidi.
76)  A r’ quavaglie stracche r’ patrétérn r’ mannatte pur le mosche. Al cavallo stanco il padreterno gli mandò anche le mostre come tormento. La malasorte sembra quasi mai finire.
77)  Cur rutte é péna pagata. Culo rotto e pena pagata. L’ulteriore sfortuna dopo aver assolto all’obbligo, dopo aver saldato il debito.
78)  R’cuone pellicciatare porta sèmpre la pélle cavetuota. Il cane che va sempre bisticciandosi porta sempre la pelle bucata. Chi è litigioso ne porta i segni.
79)  Narduocchie vuléva mbarà fa r’figlie a r’ puotre. Nardocchio voleva insegnare al padre come si generavano i figli. Quando si hanno le pretese smisurate e non rapportate alla realtà.
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80)  R’ ciéglie che le cadì ze mbaratte a vulà. L’uccello con il cadere imparò a volare. L’errore è una comunque una risorsa.
81)  A le capaballe ogne suont abballa, a le capammonte ogne suont ze mbonda. Andando in di scesa ogni santo balla, ma in salita ogni santo si riposa. Per dire che l’andamento delle cose dipende anche dalla durezza dell’ambiente delle circostanze ove si svolgono.
82)  Chi fa prima fa du vote. Chi fa per primo fa due volte. La velocità dell’esecuzione premia sempre.
83)  Chi fila ze véve le vine chi zappa ze véve l’acqua. Chi fila beve il vino chi zappa beve acqua. Il lavoro duro e mal pagato resta quello del contadino. Premiato è sempre il lavoro comodo.
84)  La pegnièta quarecchiéta ne véde mié fine. La pignatta lesionata non vede mai la fine. Alle cose lesionate si presta più attenzione e quindi durano più a lungo.
85)  R’ uié de la pigniéta r’ sa la cucchiéra. I guai della pignatta li sa il cucchiaio. La verità la solo chi la vive.
86)  Acqua troveda ngrassa caviéglie. Acqua sporca ingrassa cavalli. Bisogna sapersi accontentare perché comunque si ottengono risultati, indipendentemente dal modo, magari con etichetta e raffinatezza, che si fanno le cose. Badare al sodo.
87)  Ogne acqua stuta fuoche. Ogni acqua spegne il fuoco. Come sopra badare al sodo, all’essenziale.
88)  A voglia a feschié se l’uosene ne vò véve. Hai voglia fischiare se l’asino non vuole bere. E’ inutile stimolare qualcuno se lo stesso non ne ha la voglia.
89)  A lavà la coccia a l’uosene, spriéche acqua, tiémpe é sapone. Lavare la testa all’asino sprechi tempo, acqua e sapone. Fare le cose inutili non frutta, è tempo perso.
90)  Zomba chi pò decétte r’ruosp a r’vov. Salti chi può disse il rospo al bue. L’esaltazione di arrangiarsi con le proprie doti.
91)  Quond chiove la matina tira fore l’accungima. Se piove la mattina tira fuori l’ attrezzatura per legare i buoi all’aratro. E’ connesso alla conoscenza della meteorologia locale, per cui facilmente nel corso della giornata le cose modificavano e quindi tenersi pronto per il lavoro.
92)  Se r’ ciéglie canuscisséne le grane nesciune metéra chiù. Se gli uccelli conoscessero il grano nessuno più potrebbe mietere. E’ sempre merito di alcune circostanze favorevoli che si può ottenere il risultato.
93)  Te vuò métte a véve che r’ vuov. Ti vuoi mettere a bere con i buoi. Misurati con chi puoi farcela, non pretendere l’impossibile.
94)  Chi la fa, chi la mantè é chi la dessépa. Chi la fa, chi la tiene e chi la sperpera. E’ riferito alla roba, proprietà, per cui c’è chi la crea, chi la conserva che se la gode dissipandola.
95)  Fortuna é chiézze ncur viéte a chi r’ tè. Fortune e cazzi in culo beato chi ce li ha. Per dire la fortuna ti consente sempre di godere in ogni circostanza.
96)  N’ sole ca ne ge vié, vié truvanne pur la farina fina. Non solo non ci vieni mai, ma vai cercando anche la farina fine. Non solo ti avvali poco o niente dei miei servizi, ma li pretendi addirittura al meglio.
97)  Chiécchiara vò la zita é può zaddorme. Chiacchiere va cercando la sposa per poi addormentarsi. La sposa vuole sempre essere al centro delle attenzioni per poi addormentarsi nelle braccia dell’amato.
98)  All’uort de r’pariént ze cuogliene le foglia. Nell’orto dei parenti si coglie la verza. La roba buona sta nel campo del parente, anche perché è vicina e costa nulla.
99)  La allina fa l’uov é r’uoll ze dole r’cur. La gallina fa l’uovo e il gallo si duole il culo. Vuol dire che chi non fa niente ha sempre modo di lamentarsi.
100) R’ satulle ne créde a r’affamate. Il sazio non crede a chi a fame. Le cose bisogna viverle direttamente per capirle.
101) Quond la zita zè martiéta iésciene tutte r’nammuriéte. Quando la sposa è maritata escono fuori tutti gli innamorati. A cose fatte tutti sono stati protagonisti.
102) Stà buone Rocche, sta bona tutta la Rocca. Sta buono Rocco e sta buona tutta la Rocca. Vale a dire che quando uno sta bene crede che lo stesso sia per gli altri, ma la realtà e ben diversa.
103) Pe r’ peccatore pate r’iuste. Per il peccatore la sconta chi è nel giusto. La realtà e cosi amara che la pena la sconta chi non ha fatto e causato guai.
104) La vècchia che ne vuléva murì chiù stéva è chiù ne vuléva sapé. La vecchia che non era sul punto di morte voleva essere presa in considerazione ed essere al centro dell’attenzione. Come tante persone che fanno finta di star male e pretendono tante cure.
105) Chi stipa trova. Chi sa conservare trova. Esprime il concetto del risparmio e non quello dello sperpero.
106) Chi vò và, chi ne vò, cummanna. Chi vuole và, chi non vuole comanda. Chi si attiva ottiene il raggiungimento degli obiettivi, impegnandosi in prima persona; mentre chi demanda agli altri facilmente non ottiene risultati.
107) Chi avètte r’ fuoche campatte, chi avètte le pane murètte. Chi ebbe il fuoco visse, chi ebbe il pane morì. Va riferito alla importanza del fuoco nel periodo invernale piuttosto che al pane da mangiare. Il vero a volte è ben diverso da quello che appare.
108) Chi è féssa ze sta alla casa séia. Chi è fesso se ne sta a casa sua e non si mette in moto per darsi da fare.
109) Com’è r’ vov accuscì ze r’ fa la sacchetta. Come è il bue così fai la sacchetta. In proporzione alla stazza del bue, della persona, così preparagli da mangiare.
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110) Ogne picca giova. Ogni poco giova. Anche se poco giova a chi lo ha. Sapersi accontentare.
111) Priéite, avvuchiéte é pulle n’ ze videne mié satulle. Preti, avvocati e polli non si vedono mai satolli. E’ riferito ad alcune categorie di persone che come i polli non si saziano mai.
112) Ceninne é mal cavate. Gruosse é féssa. Piccolo ed arzillo, grosso e fesso. La vivacità paga; l’agilità, la sveltezza alla lunga premiano.
113) Ciénte niénte accediérne l’uosene. Cento niente ammazzarono l’asino. L’asino che veniva caricato come se non fosse niente, ad certo punto morì all’improvviso.
114) L’uosene caréia la paglia é l’uosene ze l’ armagna. L’asino porta la paglia e lui stesso se la mangia. Sta a significare le cose che fruttano solo per chi ne è l’autore e non per altri.
115) Armitte paglia pe ciénte caviéglie. Rimetti in fienile paglia per cento cavalli. Darsi da fare in modo sproporzionato, per indicare l’eccesso.
116) Fa béne é scordale, fa male é pènsace. Fai del bene e scordalo, fai del male e ricordalo. La gratitudine è difficile riaverla, ma la vendetta per aver fatto qualcosa di male aspettatelo.
117) Addò vié vié so cepolle. Dove vai vai sono cipolle. Dovunque ti sposti sono rogne.
118) L’iésene ze pellicciane é le carrucle ze sfasciane. Gli asini si litigano e i recipienti per il trasporto dei covoni si sfasciano. I litigi portano guai a chi c’entra poco o nulla.
119) Se fié chiéne chiéne c’acchiéppe pure la mamma. Se fai pian piano ci prendi anche la mamma al nido, non solo i piccoli. Le cose fatte con garbo e ponderazione danno sempre buoni frutti.
120) La sacchétta vacanda n’ze rèie allèrta. Il sacco vuoto non si regge in piedi. Significa che bisogna nutrirsi, per lavorare e resistere alla fatica, perché la forza vè dal udèlla.
121) Che vuò fa le nozze che r’ fugne. Vuoi fare le nozze con i funghi. I funghi con la cottura ne restano pochi. Per fare un buon pranzo ci vuole tanta roba e senza risparmiare.
122) Chi fa le béne mèrta d’ èsse accise. Chi fa del bene a chi non lo meriterebbe, merita di essere ucciso.
123) Quond tié la grascia mitte chiéve alla cascia. Quando è periodo di ottimo raccolto metti ma- no alla cassa. Quando non è periodo di magra conviene conservare e non sperperare in attesa dei tempi di carestia.
124) N’a sentute d’abbiéie se lupe. Ne ha sentito di latrati di cani questo lupo. Descrive chi non si mette paura tanto facilmente.
125) Ca tu mò te miégne chésse, te cola l’unde ncur. Che tu hai mangiato anche questo vuoi mettere lardo al culo. È’ un invito alla moderazione e a non abbuffarsi nel mangiare.
126) O te miégne sa menèstra o te iètte pe la fenèstra. O mangi questa minestra o ti butto dalla finestra. E’ la minaccia rivolta a chi con tante cerimonie non voleva accomodarsi a mangiare nella casa in cui si era trovato per caso e si stava consumando il pranzo o la cena.
127) Chi prima arriva macena. Chi prima arriva macina. La regola è che, chi prima arriva, è servito per primo. I ritardatari non vanno premiati.
128) Vié truvanne pane latte é cucchiéra. Vai trovando pane latte e cucchiaio. Significa che non necessariamente uno debba essere servito e riverito. Ma rendersi umile ed accomodante.
129) Chi ciénte ne fa una n’aspètta. Chi ne fa cento se ne aspetta una. Per chi ne combina tante se ne aspetta una di contro.
130) Una ne fa é ciénte ne pènsa. Una ne fa e cento ne pensa. Riferita a chi è sempre furbesca- mente attivo e pronto per ogni circostanza ed evenienza.
131) A une a une, ne tanta folla. Ad uno ad uno senza affollarsi. Tutti verranno esauditi ma rispet- tando l’ordine di arrivo e senza affollarsi spingendo e reclamando. Tutto arriva per chi sa aspettare.
132) Spiérte palazze ca devèntane cantune. Sparti palazzi che diventano cantoni ( grossi blocchi). E’ inutile dividere in mille parti se le stesse poi diventano di poco conto ed inservibili.
133) Quond tié furia….. aspètta. Quando hai fretta datti una calmata. La fretta induce all’errore, conviene fare le cose con calma e precisione.
134) Léna vèrde, pane sciurite, vine d’acite e cipolla callecchièta fiéne l’économia de la casa. Legna verde, pane ammuffito, vino d’aceto e cipolla con i germogli fanno l’economia della casa. E’ una casa dove non si spreca, ma addirittura la roba va a male per il troppo risparmio.
135) Chi sparagna spréca. Chi risparmia spreca. L’eccessivo risparmio porta a far guastare la roba senza godersene.
136) Ne zi buone né a fotte né a fa la spia. Non sei capace ne a fottere ne a fare la spia. Non sei capace ne a rubare ne a far da palo, sta per bollare l’altrui incapacità a fare qualcosa.
137) Aie ditta la méssa pe r’ cuazz. Ho detto messa per il cazzo. L’auto ironia per dire che si è fatto qualcosa senza ricavarne niente.
138) Chi prima la sénte ncur la tè. Chi prima la sente in culo ce l’ha. Chi per primo ne avverte l’odore ha fatto la puzza. E’ un buttarsi avanti per deviare le indagini.
139) Le picca avasta é l’assié uosta. Il poco basta il tropo stroppia. Sapersi accontentare, senza strafare.
140) Tira chiù r’ pile de la frégna al capammonte che ne puore de vuove all’capabballe. Tira più un pelo di figa in salita che un paio di buoi in discesa. Proverbio vecchissimo (sin dall’epoca di Cicerone che parlava di Erice) ancora e sempre valido.
141) L’abbe coglie é la astéma no. Avere meraviglia di una cosa ( in senso negativo su di una persona) ti ricade in testa peggio di una bestemmia. Vale a dire che può senz’altro capitarti.
142) Ne spetuò pe l’aria ca tarvè mbaccia. Non sputare per aria che ti ritorna in faccia. Non farti superiore agli altri disprezzando, magari anche con lo sputo, potrebbe succedere anche a te.
143) Sputa n’ tèrra ch’anduvine. Sputa per terra che indovini. Si usa per sminuire il saccente, vale a dire una operazione che non costa fatica ed impegno.
144) Ognune z’avanta la mercanzia séja. Ognuno vanta i suoi prodotti, anche in modo sproporzio- nato ed eccessivo.
145) Muort r’ cuone morta la raja. Morto il cane morta la rabbia. Con la morte del cane idrofobo cessa il pericolo di contagio. Sta anche per indicare che gli effetti cessano se cessa la causa.
146) Ciuppia de chiéne é malatia de fémmene ne portane cunseguènza. Zoppia di cani e malattie di donne non portano conseguenze. In senso ironico per affermare di non dar troppo peso a dei fatti e circostanze simili a quelli descritti.
147) L’acqua de r’ mamune te mbonne é ne t’naddune. L’acqua dei lentoni ti bagna e non te ne accorgi. Quando piove con l’acqua fine, sottile, ti bagni senza acorgertene.
148) Acqua fina é fémmena cenénna frécane l’uomene. L’acqua fine e la donna di piccola statura fregano l’uomo (maschio). Perché non si presta conto alle dimensioni e alla consistenza ma le conseguenze sono per la salute e per i rapporti con la donna che astutamente lo frega.
149) Quond sciocca sénza viénte n’è maletiémpe. Quando nevica senza vento non è maltempo. Il montanaro sa riconoscere le vere difficoltà.
150) Senza suolde ne z’ cantane mésse. Senza denaro non si può pagare la prestazione del prete nel dire messa. Ogni prestazione deve essere retribuita per cui anche quella fata di sole parole pretende il compenso.
151) Abbiéde alla pagliuca e r’ truove te caccia l’uocchie. Badi alla pagliuzza e non alla trave che ti acceca. Badare alle cose serie e non a quelle di poco conto.
152) Vuò truvà l’ache déntra alla paglia. Vuoi trovare l’ago nel pagliaio. Fatica improba e senza risultato, usato anche per deridere chi vuol fare il precisino.
153) Acqua scorre è sanghe strégne. Acqua scorre e sangue stringe. La parentela ( il sangue) è quella che ti aiuta al contrario degli altri (l’acqua) che scorre e si allontana.
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154) Addò ze fatiia, ce resta la schiéppa. Dove si lavora si resta la scheggia di legno. In senso figurato per la lavorazione del legno che, comunque frutta, anche il solo residuo legnoso da mettere al fuoco. Ogni lavoro spetta premio.
155) E’ pulite come r’ péd de r’puorche. E’ pulito come il piede del porco. Usato per denigrare chi tende a far notare la sua assoluta pulizia fisica e morale.
156) Vuò da r’ cice a r’ porche. Vuoi dare i ceci al porco. Fatica sprecata perché non porta vantaggi sostanziosi e l’animale non si sazia.
157) Vuò métte l’iésene a cumbiétte. Vuoi mettere l’asino a confetti. Come il precedente fare cose che costano e non portano risultati.
158) N’ de pésa nesciuna vlangia. Non ti pesa nessuna bilancia. Sta per colui che è furbo e sfugge a qualsiasi stima della furbizia e modi di fare a suo esclusivo vantaggio.
159) Scanzate callara ca te tigne. Scansati caldaia che ti tingo. Minaccia inutile e senza senso usata per ironizzare i gradassi.
160) Manghe po’ èsse chiù scure de la mésanotte. Manco può essere più scuro della mezzanotte. L’avere ottimismo per una azione, un obiettivo da raggiungere.
161) Alla matina ze fa la jurnata. La giornata si fa al mattino. La migliore produzione giornaliera si fa al mattino, anche perché freschi e riposati. Usato assai per stimolare al lavoro da subito.
162) E’ chiù la spésa che la mbrésa. E’ più la spesa che l’impresa. E’ come al solito lo stimolo per fare le cose di valore e non cimentarsi nelle facezie.
163) Chi la vò cotta e chi la vò cruda. Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda. E’ la risposta ironica a chi, pretenziosamente, pretende la prestazione sentendo i diversi pareri.
164) Ancora ne vide la sèrpa che chiéme Sant Dumineche. Ancora non vedi la serpe che chiami San Domenico. Sta per denigrare coloro che hanno paura ad intraprendere e fare qualcosa ispirandosi alla tradizione dei serpari che adornavano a Cocullo la statua di San Domenico che proteggeva dalle serpi.
165) Ne capì asse pe feura. Non capire asso per figura. E’ un invito ad essere attento per evitare malintesi commettendo grossolani errori come nel gioco delle carte.
166) Sié mié viste r’ zingara mète? Hai mai visto gli zingari mietere? Per denigrare chi faceva le cose che non erano di sua pertinenza, mestiere e senza professionalità specifica.
167) Arreviéte alla tréntina lèvate dalla vetrina. Arrivato alla trentina togliti dalla vetrina. E’ inutile mettersi in mostra quando non se ne ha l’età.
168) Te cride ca schiusce é fié la bottiglia. Credi di soffiare e fai la bottiglia. La denigrazione del pressappochismo. E’ insito l’invito a fare le cose per bene.
169) Te cride ca schiusce é abbuotte. Credi che soffi e gonfi. Come sopra
1170) R’ cuone ch’abbaia ne mocceca. Cane cha abbaia non morde. Non aver paura delle strilla e degli strilloni, che come i cani non arrecano danno. E’ l’invito a non aver paura ed all’audacia.
171) Stié sèmpre ncoppa come é l’uoglie. Stai sempre sopra come l’olio. Per sminuire l’importan- za di chi sempre vuol mettersi in mostra a discapito di altri.
172) Sié come r’ giuvedì miése alla settimana. Sei come mercoledì in mezzo alla settimana.
173) Ogne scarpa nova devènta ciavotta. Ogni scarpa nuova diventa ciabatta. Il lento scorrere del tempo fa il suo effetto e produce usura delle cose e degli uomini.
174)  R’ vizie de natura te porta alla sepultura. Il vizio di natura ti porta alla sepoltura. La tara caratteriale, del proprio modo di essere, non la cambi, ma la porti con te fino alla morte.
175) Chi nasce quodre ne po’ murì tunne. Chi nasce quadrato non può morire tondo.
176) Tè r’ clore de r’ cuon che scappa. Ha il colore del cane che scappa. Sta a dire che l’azione è così veloce che non si fa in tempo a coglierne i particolari.
177) O trische o spicce l’ara. O trebbi o lasci l’aia. E’ un invito ad essere veloce ed a non essere di intralcio e fare spazio agli altri.
178) R’ pire quond è mature casca sénza r’ terture. La pera quando è matura cade senza il bastone di legno da scagliargli contro per farla cadere. Le cose mature non hanno bisogno di stimoli per averle.
179) Chi tè uocchie é lénga va n’ Sardégna. Chi ha lingua va in Sardegna. Chi è intraprendente che ha spirito di iniziativa e la sa trasmettere con le sue parole va dappertutto, avrà successo.
180) Stiéne come crape é curtiéglie. Stanno come le capre ai coltelli. Essere ai ferri corti, in urto e lite feroce.
181) Pan é curtiéglie, nz’arrégnene mié r’ udiéglie. Con il pane ed il coltello non si riempie mai il budello. Usando il coltello si fa meno fatica a mangiare il pane e quindi se ne mangia assai. Le cose vanno fatte anche con la giusta moderazione.
182) L’acqua ze chiéma stizza chi la vò z’arrizza. L’acqua si chiama stizza chi la vuole si alza e la va a prendere. Darsi da fare senza pretendere dagli altri, non demandare ad altri le richieste per avere ed ottenere le cose.
183) Tié la scusa pronta come le puttane. Hai pronta la scusa come le puttane. E’ un invito colorito ad essere sempre sinceri e non trovare scuse.
184) Tereture e taratara r’ rutte porta r’ sane. Tiritera e taratara il rotto porta il sano. La madre dei profittanti e dei furbi è sempre in cinta. Per cui si mistifica sempre le cose.
185) N’zì buone pe re Ré, n’zì buone manche pe mé. Non sei buono per il Re, non sei buono manco per me. La considerazione delle giovani da marito che pretendevano il buon partito nel matrimonio, non solo in soldi e proprietà, ma anche di buona salute.
186) Sutacce mié sutacce come me fié accuscì te facce. Setaccio mio setaccio come mi fai così ti faccio. Per rispondere al trattamento ricevuto si usava questa espressione in rima.
187) Sì fatta terra nera, terra pe r’cice. Hai fatto terra nera, terra per i ceci. Hai preparato bene il terreno rasando tutto, arandolo e preparandolo per la semina. Ma era anche riferito alle ruberie dei ceci, che nottetempo si perpetravano nei campi dei vicini, estirpando anche erbe ed altre piante (fagioli), rendendo il terreno scuro e privo di piante.
188) Ha fatte terra pe r’ cice. Ha fatto terra per i ceci. Significato colorito e macabro per indicare colui che era stato seppellito e le conseguenze erano di aver ingrassato il terreno come se lo stesso dovesse essere seminato di ceci.
189) Quond la papara va alla montagna, piglia la zappa e va a guadagna. Quando la papera va alla montagna, piglia la zappa e vai a lavorare per guadagnare. E’ la visione di stormi di papere che trascorso l’inverno a sud emigravano verso nord e il fenomeno era foriero di bel tempo.
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190) R’vove che r’ péle nire, né ara, né trésca e né tira. Il bue dal pelo nero, non ara, non trebbia e non tira. Il bue non di razza podolica o marchigiana, ma imbastardito e di altre razze mal si adattava al giogo e non avrebbe reso nel lavoro, qualunque esso fosse stato.
191) Febbrare, curte é amare. Febbraio corto e amaro. Per ricordare che comunque il freddo era ancora pungente e duraturo.
192) Marze marzitte, l’uonie mia ha misse r’ curnitte se marze arrengrogna r’ fa cadì la carne e l’ogna. Marzo marzetto, il mio agnellino ha messo il cornetto, se marzo si incrudisce gli farà saltare la pelle la crne e l’unghia. In alta montagna mai fidarsi di marzo, mese della primavera, perché a volte risulta un mese dal freddo e con la neve.
193) Alla cannellora la vernata è sciuta fore, arrespunnètte Sant Biage, la vernata ancora trasce. Alla candelora l’invernata è uscita fuori, rispose San Biagio l’inverno ancora entra. Non è proprio locale, ma con la transumanza probabilmente importato dalle Puglie, perché la parola trasce non fa parte del nostro dialetto.
194) R’ tiémp è ore, triste a chi r’spréca. Il tempo è oro, triste è per chi lo spreca. La cosa più preziosa non può essere sprecata. Darsi a fare non perdere tempo porta sempre guadagno e ricchezza.
195) Acqua é mort stiéne arréte alla porta. Acqua e morte stanno dietro la porta. La imprevedibilità delle cose come la pioggia ed addirittura la morte sono sempre a portata di mano.
195) Accide la allina quond la mort s’avvecina. Uccidi la gallina quando la morte si avvicina. Ahimè uccidi la gallina quando si avvicina la morte, ovvero ora che non si può più gustare ed apprezzarne la qualità della carne.
197) Aie arraccumannata la pecra a r’ lupe. Ho raccomandato la pecora al lupo. Come dire che il mio ammonimento non ha subito alcun effetto, amara constatazione.
198) Te volle nganna. Muori dalla voglia. Non vedi l’ora di possedere una cosa.
199) Ncur t’entra è ncape no. In culo ti entra ma in testa no. E’ un rimprovero a chi testardamente vuol fare come lui crede in spregio ai consigli ed ai comandi altrui.
200) Da na récchia te éntra e dall’atra te èsce. Da un’orecchio ti entra e dall’altro ti esce. E’ simile a quello che non c’è più sordo di chi non vuol sentire.
201) Picca malditte è subete. Poco maledetto e subito. Le cose senza sacrificio e merito.
202) La sèrpa cenénna ze magna chéla grossa. La serpe piccola mangia quella grossa. La meraviglia per sottolineare l’ardimento nel fare qualcosa da parte di qualcuno da cui non te lo aspetti.
203) Ngoppa a le cuotte l’acqua vullita. Sopra il cotto l’acqua bollita. Sta a significare il soprag- giungere di un altro evento dannoso a scapito dello stesso soggetto.
204) Fié la ulia pur’al cacate. Hai la voglia anche delle cose insignificanti e magari luride. Per stimolare gli interessi di cose più nobili e significative.
205) Parla tu fa che ne truove chi t’ascota. Parla tu, fai che qualcuno ti ascolti… Evitare di parlare a vanvera e che il tuo dire cadi nel vuoto.
206) Cazze capisc e cotca no. Cazzo capisci e non cotica. Vuoi capire volutamente solo quello che ti interessa.
207) Quonde r’ cur canta r’ miédeche crépa. Quando il culo canta il medico muore. Facilmente intuibile che quando uno va di corpo è in buona salute.
208) Da r’cuope vè la tigna e da r’piéde vè l’infermetà. Dal capo viene la tigna dai piedi l’infermità.
209) R’ monaca vergugnuse porta la vesaccia vacanta. Il monaco vergognoso porta la bisaccia vuota. Avere coraggio ed intraprendenza altrimenti si rischia la fame.
210) L’utma rota de r’ carre zizla. L’ultima ruota del carro cigola. Chi meno conta comunque si fa sentire per quello che fa.
211) Ne cementà r’ cuone che dorme. Non dare fastidio al cane che dorme. Non portare cimenti a chi si cura delle sue cose, altrimenti ne paghi le conseguenze.
212) Trica statte é ne te move. Perdi tempo e non ti muovi. Sta per sollecitare chi è lento e non si da da fare.
213) La saietta gira gira arvé nguoglie a chi la tira. Gira e rigira, la maledizione ricade su chi la scaglia.
214) Si’ come ne chiuove de carrozza. Sei come un chiodo di carrozza. Sei Come quello dell’ultima ruota del carro.
215) Mò si fatte r’ cavut déntra all’acqua. Hai fatto il buco all’acqua. Fatica sprecata ed inutile come fare il buco all’acqua. Usato anche per sminuire l’azione altrui.
216) Aie menute pe truvà grazia é aie truvate giustizia. Sono venuto per cercare grazia e ho trovato giustizia. Il lamento di chi non ha ricevuto il trattamento sperato.
217) T’aia métte a pan’ é acqua. Ti devo mettere a pane ed acqua. Ti devo, in segno di punizione, anche razionare il cibo.
218) Chiégne come cagna r’ viént. Cambi come cambia il vento: Non mantiene fede a quanto promesso.
219) Com è l’arbere accuscì farre la mereja. Come grande l’albero così fagli il trattamento. E’ simile al sacco per alimentare il bue, per la sua stazza.
220) Na vota se la féce fa la volpa, può c’apparatte la coda. Solo una volta se la fece fare la volpe poi ci pose riparo. Chi è attento non si fa fregare due volte.
221) Sì forte come é l’acite: Sei forte come l’aceto. Per denigrare chi si mette in mezzo per far valere la sua forza.
222) Addò arrive chiénta r’ pezzuche. Quando arrivi pianta il bastone appuntito. Richiama il lavoro di campagna per la semina dei fagioli, mais e altri semi svolta sul terreno preparato con un bastone (in genere ricurvo) appuntito con cui fare un buco nel terreno per il seme. Sta quindi per indicare che alla fine del lavoro si lasciava infilato il bastone nel terreno.
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223) Viéta addò ze posa e triste addò taménde. Beata dove si posa e triste dove guarda. E’ riferito alla civetta, perché, secondo la superstizione locale, portava disgrazia a chi guardava e buona sorte dove si andava a posare (sulla casa).
224) Chi n’ tè che fa pètna la atta. Chi non ha niente da fare pettina la gatta. Chi ozia riempie il tempo con delle cose senza significato e valore.
225) Acqua passata ne macena chiù. Acqua passata non macina più. Tutte le possibilità sono andate perdute, ormai e tutto inutile.
226) Tutte r’ juorne patane, patane. Iuorne de fèsta patane a menèstra. La vita ze chenzuma che le patane é che r’ fasciuole. Quond la morte s’avvecina t’accidene pure la allina. Tutti giorni patate, patate. Il giorno della festa patate a minestra. In punto di morte ti ammazzano la gal- lina. Quasi una imprecazione verso il proprio stato miserevole di vita, connotata dal solito cibo, che non cambia nemmeno nella giornata di festa. Le cose cambiano, ahimè, solo in punto di morte, quando non se ne può apprezzare la bontà.
227) La céra ze chenzuma é la prucession ne camina. La cera si consuma e la processione non cammina. Le cose che non vengono fatte con una certa solerzia sono solo dannose e consumano le risorse.
228) Pe le schiocche é sciarapalle Die lavora. Per le sciocche e le sciagurate Dio lavora. Dio ha tutti nel cuore anche e soprattutto i meno dotati.
229) R’ liétte se chiama rosa, se nge duorme ce s’arposa. Il letto si chiama rosa se non ci dormi ci riposi. Nella civiltà contadina il letto era un lusso per cui il solo averlo era grande soddisfazione.
229) Iénnare, sfacia casciune é quatnare. Gennaio sfascia cassoni e focolai. A gennaio per il trop- po uso si rompono i cassoni, dove era conservato il grano e i focolai per il continuo uso onde far fronte alla fredda stagione, ma anche i sottotetti ove era riposta la legna.
230) Chi ne ioca a Natale, chi ne balla a carnevale chi n’ze mbriéca n’ Sant Martine fa na brutta fine. Chi non gioca a Natale, chi non balla a carnevale e chi non si ubriaca in San Martino (considerata la festa dei cornuti) farà una brutta fine. A tutto e per tutto c’è il suo tempo per godere in vita.
231) Ciéglie é spenaruole cuogliere quond r’truove. Uccelli e spinaroli prendili quando li trovi. Gli uccelli nel nido come gli spinaroli prendili quando li trovi. Certe occasioni non fartele scappare, quando capitano.
232) Na mamma campa ciénte figlie, ciénte figlie n’ campane na mamma. Una mamma riesce a campare cento figli, cento figli non sono capaci di campare una madre. Basti vedere quel che succede oggi per averne la precisa corrispondenza.
233) Stipa sempre la caroccia pe maje. Conserva sempre il ciocco per maggio, perché spesso si verificano il colpi di coda dell’inverno.
234) Figlia n’fascia, dote alla cascia. Se hai una figlia nelle fasce provvedi a fargli la dote e conservala nel baule. Sii previdente nel fare la dote alla figlia femmina.
235)  Na miéne lava l’atra tutte é du lavane la faccia. Una mano lava l’altra, tutte due lavano la faccia. Sta per l’unione fa la forza.
236) Alla prima acqua d’auste armittete r’ buste. Alla prima acqua di agosto rimetti il busto. Alle prime piogge di agosto rimetti gli abiti pesanti, perché a r’ uost l’estate è finita.
237) R’ vosche n’tè uocchie e ce véde, n’tè récchie e ce sènte. Il bosco non ha occhi e ci vede, non ha orecchi e ci sente. Nella civiltà contadina era d’uopo non fidarsi di nessuno, per cui ci si sentiva spiati ed ascoltati anche se soli nel bosco.
238) Uocchie dritte core afflitte , uocchie manche core franche. Quando batte l’occhio destro cuore afflitto, quando batte sinistro cuore franco. Nelle superstizione contadina, comunque è doveroso dare una spiegazione a tutto, per cui quando batte il destro c’è pena d’amore quando è il sinistro il cuore e libero dalle stesse pene.
239) Una léna ne fa fuoche. Una sola legna non può fare fuoco, è nell’unione la forza per risolvere alcuni problemi.
240) Chi sparagna fa r’uadagne, ze vota a réte chi sparagna spréca. Chi risparmia fa il guadagno, ma si volta indietro chi ha risparmiato, ma in realtà ha sprecato le opportunità di crescita.
241)  R’ figlie mupe r’capisce suole la mamma. Il figlio muto lo capisce solo la madre. La dedizione materna per un figlio è unico ed incomparabile esempio di amore ed affetto disinteressato che, anche in questo detto, trova validità e conferma.
242) Lopra tra lopra n’ ze moccecane. Lupi tra lupi non si mordono. E’ riferito al fatto che talune appartenenze (di ceto e categoria sociale), portano alla compattezza e all’unione di interessi.
243) La carta è amante …(de r’féssa), é r’ ciucce paha. La carta è amante …dei fessi. E l’asino paga. E’ la tipica espressione usata, con l’aggiunta sottintesa tra parentesi, dopo aver perso al gioco, con la risposta sarcastica e ironica del vincitore.
244) R’patrétèrne r’fa é r’diévre r’accocchia. Il padreterno li crea e il diavolo li accoppia. Signifi- ca che i pessimi soggetti diventano tali anche perché uniti dall’influenza nefasta dei loro scopi.
245) La fémmena quond è vècchia ha perduta la vertù, la trippa z’avverrécchia é la chitarra nz’ona chiù. Quando la femmina è vecchia perde ogni virtù, la pancia ha le smagliature e la “chitar- ra) non suona più. In una visione maschilista la donna con l’età sembra perdere tutte le doti della femmina in chiave erotico sessuale.
246) Dudece so r’misce é tridece so le lune, la notte chiù longa è pe chi dorme all’addeiune. Dodici sono i mesi in un anno e tredici sono le lune, la notte è più lunga per chi è digiuno. Nella civiltà contadina il tempo era segnato dai mesi, ovvero con il passaggio del sole lungo l’eclittica e quindi nelle costellazioni dello zodiaco, ma anche con le lune. Una frazione di esse, la nottata, diventava lunghissima per chi ahimè era a digiuno.
247) Mèglie a èsse chernute che mal’sentute. Meglio essere cornuto che mal ascoltato. Il mancato ascolto viene visto come una offesa alla dignità della persona, più che renderlo becco.
248) La coccia che ne parla è chiamata checoccia. La testa che non parla è chiamata cocuzza. Chi non esprime il suo pensiero, le sue sensazioni restandosene muto ed indifferente viene appella- to come zuccone, come testa vuoto a perdere.
249) N’avute d’abbéie se lupe. Ne ha avuti di latrati questo lupo. Sta per colui che non ha paura e che imperterrito prosegue nelle sue attività infischiandosene di tutto e tutti.
250) Cacciature é acchiéppa ciéglie fiéne r’ figlie puveriéglie. Cacciatori ed acchiappa uccelli fanno i figli poverelli. Sta per denigrare i cacciatori che, per seguire la loro passione, non badano alle cose della famiglia rischiando di non provvedere ad essa.
251) Se va caccia pe na béccaccia, pe na magniéta é na cacaccia. Si va a caccia per una beccaccia, per una mangiata e una cagata. La denigrazione si fa più acuta, si va a caccia per la selvaggina nobile come la beccaccia, ma si ritorna a casa dopo una mangiata e….
252) N’è la atta, ma è la padrona ch’è matta. Non è la gatta che fa dispetti, ma è la padrona che lascia le cose senza riporle al loro posto.
253) Chi z’arponne la muglica r’juorne appriésse ze la trita, chi z’arponne la crosca juorne appriésse ze la rosca. Chi conserva la mollica il giorno dopo la mangia, chi conserva la crosta il giorno dopo la rosica. Il risparmio porta sempre bene rispetto allo spreco.
254) Ché te viéne le scarpe strétte? Ti vanno le scarpe strette, per cui dirti la verità scotta.
255) Chi semènta chiovra arraccoglie centrélle. Chi semina chiodi raccoglie i chiodi più grossi. E’ l’equivalente di chi semina vento raccoglie tempesta. Le centrélle erano i chiodi che si mettevano a protezione delle suola sotto le scarpe.
256) Figlia fémmena e mala nuttata. Figlia femmina e brutta nottata. Nella società contadina, patriarcale e maschilista, la figlia femmina era considerata quasi una disgrazia e non una risorsa preziosa di braccia da lavoro, come quelle di un maschio.
257) Trica, statte é ne te move. Perdi tempo, stai fermo e non muoverti. L’amara constatazione e rimprovero da muovere a chi sonnecchia, perde tempo e non fa nulla.

L'amico  Benedetto, nei meandri della memoria e nei ricordi dell’infanzia, ha rinvenuto i seguenti versi, una chicca oserei dire, che suo padre Antonio recitava, ripescandoli anch’egli dalle reminiscenze giovanili. Forse sono le parole più arcaiche del nostro dialetto che trovano l’esaltazione nella fantasia gioiosa della composizione, pur nella drammaticità degli eventi trattati. Credo che, più di tante altre parole, illustri il modo di essere della gente nostra.

Arrizzate segnò maéstre da r’ repose,   Alzati signò maestro dal riposo,
mittete le ndricchéte é ndracchéte   mettiti le scarpe,
amménate capaballe pe r’ scaténaquoglie    menati giù per le scale
ca è iute grandepile che r’decriabele appise n’ cure    che se n’è ito il gatto con la coda in fiamme
é a misse fuoche a r’ ciéntepile   e ha messo fuoco al fienile
Pilitiglie se la ride,    L’asino se la ride
se ne curre che l’abbundanza    se non corri veloce
ze ne va la sustanza.    se ne va la sostanza.
Sembra quasi di leggere una poesia barocca e marinista, connotata da metafore con immagini vivaci per impegno ed argutezza, con iperbole assurde e stravaganti. Il maestre sta come mastro, in segno di rispetto per tutte le professioni. Le ndricchéte é ndracchéte sono le scarpe che, probabilmente di legno suonavo diversamente a contatto con il suolo. Amménate capaballe Buttati giù. Lo scaténaquoglie è la scala ove c’è il rischio di rompersi il collo. La fantasia iperbolica trova ancora più giustificazione in grandepile, il gatto peloso a cui il r’decriabele, dove ci si arcriéva, ricreava, riscaldava, il fuoco, aveva acceso la coda, appise ncure, per cui era corso nel fienile il ciéntepile, letteralmente i cento peli. Pilitiglie se la ride, qui l’iperbole fantasiosa raggiunge l’acme, il top si direbbe nel linguaggio odierno, l’asino dal pelo raso, ma anche quello che mangia poco fieno e lo si accontenta con i rimasugli, se la ride. E’ l’insieme della immagine dell’asino che con sforzi furiosi tenta, per sfuggire alla fiamme, di strappare le redini dalla mangiatoia. Lo sforzo gli fa alzare le labbra scoprendo la dentatura a mò di risata. Altra immagine metaforica è il: curre che l’abbundanza, la corsa veloce, e forse il più ricco di significato è la sustanza, intendendo per essa il lavoro che è occorso per la raccolta del fieno, il trasporto e la rimessa nel fienile. Ma anche è soprattutto, nella civiltà contadina, la possibilità di far fronte al lungo inverso per l’alimentazione degli animali, che era vera forza, il vero ed unico aiuto nel varie fasi lavorative per il povero contadino cittadino uastaruol. In questi detti e proverbi, ma in particolare nell’ultima inedita ed anonima composizione è racchiusa la filosofia di vita del uastaruol, certamente tanti saranno pure di importazione, di derivazione da altre culture di altri territori. Tanti li ritroviamo anche nella nostra lingua ufficiale, ma alcuni, da noi, si sono conservati di più e sono quelli dove troviamo pure la rima, il ritmo ed una certa musicalità. Li ritroviamo con l’esaltazione della modestia, della operosità e della laboriosità, del non essere ozioso, il non perdere tempo, quasi come un imperativo categorico, ma del darsi sempre e comunque da fare con tutto l’ingegno e la dedizione possibile, sminuire il tronfio, gli eccessi e la superbia, ma avere la chiarezza e la purezza degli obiettivi, nella concretezza e nella realtà; credo sia la testimonianza vivente dei nostri antenati che ci hanno trasmesso con la forma orale del verba volant. Questa antica espressione latina deve essere intera nella purezza originale dei termini, ovvero: solo ciò che è significativo merita di essere ricordato e trasmesso con la forza della parola. Tocca ora a noi, nel mutare veloce e nel turbinio dei cambiamenti, trasmetterlo ai posteri affinché se ne faccia un buon uso quotidiano e duraturo, evitando che, con il poco uso del nostro dialetto, se ne perdano le tracce e il significato. Questo è il vero motivo perché lo abbiamo voluto trascrivere e conservare, anche nei moderni contenitori che l’informatica ci offre. Chiunque ha a cuore le sorti del nostro comune e del nostro territorio si cimenti nella lettura e nella comprensione di quanto sopra riportato, cercando e sforzandosi che la pronuncia sia più vicina possibile all’originale nostro dialetto, per avere ben chiaro il modo di essere delle genti che hanno vissuto nel nostro caro ed amato paese, per esso intendo non strettamente i confini geografici del nostro comune, ma il nostro territorio, la nostra tradizione, la nostra storia e valori, che in fondo sono gli stessi della nostra regione e di quelle contermini. Ciò per capire ed interpretare anche lo stile di vita dei nostri antenati. Come sostenevo prima, su alcuni si rileva lo sforzo della rima e del ritmo quasi di una intrinseca musicalità, che è tipica del uastaruol, è tipicamente nostra. Mi raccontava mio zio Igino, che tale Colantonio, nel vedere alla vall’antunina il passaggio di un asino tirato con la cavezza da un paesano, a lui inviso per un mai sopito contenzioso, e con alla coda dell’asino il fratello, esclamò: - Pheu! come so brutt, chi r’tira e chi r’ vutt. Volutamente ho citato questo episodio, proprio perché in esso è facile rilevarne la rima, il ritmo e la musicalità, in una battuta del tutta estemporanea ed occasionale. C’è da precisare, almeno stando a quanto mi raccontava lo zio Igino, che il Colantonio, era particolarmente dotato per le battute ad effetto, e in mio zio trovava ottimo ricettacolo in quanto sensibilissimo cultore delle rime e dei sonetti. Quanto abbiamo raccolto non è tanto, ma non è poco; spetta ad ognuno adattarlo alle situazioni odierne, perché pur se tutto cambia, certi valori restano ancora validi oggi e lo saranno, forse, anche in futuro.

Claudio Amicone
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